DLgs18/2023

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Filtri e depuratori domestici: cosa dice il D.Lgs. 18/2023

I **filtri e depuratori domestici** non rendono potabile un'acqua che non lo è: ne **modificano** le caratteristiche a valle del punto di consegna. Il **D.Lgs. 18/2023** non li vieta, ma richiede che **materiali e reagenti a contatto** siano idonei (__articoli 10__ e __11__, __Allegato IX__, sistema ReMaF). Un dispositivo non manutenuto può peggiorare l'acqua: per questo va scelto in base a un'**analisi preventiva** e verificato prima e dopo l'installazione.

Ultimo aggiornamento: 9 luglio 2026

Cosa fa davvero un filtro domestico

Il mercato dei dispositivi per il trattamento dell'acqua in casa è enorme, e la comunicazione commerciale spesso confonde le idee. Conviene partire da un punto fermo: un filtro domestico agisce al punto d'uso, cioè a valle del contatore, e non trasforma un'acqua non potabile in un'acqua potabile. Se dal rubinetto esce acqua conforme al D.Lgs. 18/2023, un depuratore può migliorarne il gusto o ridurre alcune sostanze; se invece l'acqua ha un problema serio, il filtro non è una soluzione di sicurezza sanitaria, ma un intervento che va valutato con attenzione.

Ogni tecnologia ha un bersaglio preciso e dei limiti. Nessun sistema "toglie tutto": chi lo promette sta semplificando troppo. Vediamo le famiglie principali, cosa riducono e a quali condizioni.

I principali tipi di dispositivo

  • Caraffe filtranti: carboni attivi e resine in piccola quantità. Migliorano gusto e odore, riducono il cloro e in parte alcuni metalli. Capacità limitata, cartucce da cambiare spesso.
  • Filtri a carboni attivi (a cartuccia o a blocco): trattengono cloro, trialometani, alcuni composti organici e migliorano il sapore. Non rimuovono i sali disciolti né i nitrati.
  • Osmosi inversa: membrana semipermeabile che rimuove gran parte dei sali, metalli, nitrati e in buona misura i PFAS. Produce acqua di scarto e demineralizza molto: spesso serve una remineralizzazione.
  • Addolcitori a scambio ionico: riducono la durezza scambiando calcio e magnesio con sodio. Non "depurano": servono contro il calcare, non contro i contaminanti.
  • Sistemi UV: la lampada a raggi ultravioletti inattiva batteri e virus. Non rimuove sostanze chimiche né altera il gusto; efficace solo su acqua limpida e con lampada efficiente.
Cosa riduce ciascun dispositivo e a quali limiti/manutenzione è soggetto.
DispositivoCosa riduceLimiti / manutenzione
Caraffa filtranteCloro, odori, sapore; in parte metalliBassa capacità; rischio proliferazione batterica se cartuccia non cambiata
Carboni attiviCloro, trialometani, composti organici, gustoNon toglie sali e nitrati; si satura, va sostituito
Osmosi inversaSali, metalli, nitrati, gran parte dei PFASDemineralizza; acqua di scarto; membrana e pre-filtri da manutenere
Addolcitore a scambio ionicoDurezza (calcare)Aumenta il sodio; rigenerazione con sale; non depura
Sistema UVBatteri e virus (inattivazione)Solo su acqua limpida; lampada da sostituire; nessun effetto chimico

Materiali e reagenti a contatto: cosa dice il decreto

Qui sta il punto normativo spesso ignorato. Un depuratore è, a tutti gli effetti, un insieme di materiali e talvolta di reagenti che entrano in contatto con l'acqua destinata al consumo umano. Il decreto se ne occupa. L'articolo 10 disciplina i materiali a contatto — membrane, cartucce, guarnizioni, tubi — che devono essere idonei e non rilasciare a loro volta sostanze indesiderate. Non è un dettaglio: un materiale scadente può peggiorare l'acqua invece di migliorarla.

L'articolo 11, insieme all'Allegato IX, regola i reagenti e i materiali filtranti impiegati nel trattamento, il sistema che va sotto il nome di ReMaF. Nato pensando al trattamento sulle reti pubbliche, il principio ispira anche la valutazione dei dispositivi al punto d'uso: ciò che filtra o corregge l'acqua deve essere tracciato e conforme, non un prodotto qualsiasi. Quando si sceglie un depuratore, chiedere la documentazione di conformità dei materiali non è pignoleria: è il modo per non introdurre un problema nuovo.

Il filtro modifica, non "sostituisce" la potabilità

I trattamenti al punto d'uso non rendono conforme un'acqua non potabile né sollevano il gestore dai suoi obblighi fino al punto di consegna. Cambiano le caratteristiche dell'acqua all'interno dell'edificio: una modifica che, se mal gestita, può anche peggiorare la qualità rispetto a quella erogata dalla rete.

Il rischio nascosto: la manutenzione

È il capitolo che fa la differenza tra un dispositivo utile e uno dannoso. Ogni filtro ha una capacità finita: i carboni attivi si saturano, le membrane si sporcano, le resine si esauriscono. Un filtro saturo non solo smette di trattenere le sostanze, ma può rilasciare ciò che aveva accumulato. E il problema è che non dà segnali evidenti: l'acqua sembra uguale, ma non è più trattata.

C'è poi il rischio microbiologico. Un filtro è un ambiente umido e ricco di materia organica trattenuta: il terreno ideale per la proliferazione batterica, soprattutto se l'acqua ristagna nelle cartucce di una caraffa lasciata giorni sul piano della cucina. Paradossalmente, un depuratore trascurato può restituire un'acqua peggiore, sul piano igienico, di quella di partenza. La manutenzione non è un optional: è la condizione perché il dispositivo faccia ciò che promette.

Attenzione all'addolcitore e al sodio

Un addolcitore a scambio ionico riduce il calcare ma aumenta il sodio disciolto. Per chi deve limitarne l'assunzione può essere controindicato bere l'acqua molto addolcita. È bene mantenere un rubinetto non addolcito per il consumo alimentare e regolare correttamente la durezza residua.

Quando ha davvero senso installare un depuratore

Detto tutto questo, ci sono situazioni in cui un trattamento al punto d'uso è una scelta ragionevole. Non per "sicurezza" generica, ma per rispondere a un problema specifico e documentato.

  • Durezza elevata: un addolcitore protegge caldaie ed elettrodomestici dove l'acqua è molto calcarea, con benefici pratici più che sanitari.
  • Ferro e manganese: acque di pozzo con ferro o manganese alti danno colore e sapore sgradevoli; filtri dedicati possono migliorarle.
  • PFAS in zone a rischio: in aree con contaminazione nota, osmosi inversa o carboni specifici riducono i PFAS, ma l'efficacia va verificata con analisi.
  • Gusto di cloro e trialometani: chi non tollera il sapore del cloro trova utile un filtro a carboni attivi, che agisce anche sui trialometani.

In tutti questi casi vale una regola d'oro: analizzare prima e dopo. Prima, per sapere qual è il problema reale e scegliere la tecnologia giusta — installare un'osmosi contro il calcare o un addolcitore contro i PFAS è denaro sprecato. Dopo, per verificare che il dispositivo funzioni davvero e continui a farlo nel tempo. Prima di decidere se conviene un depuratore o basta l'acqua della rete, può aiutare anche il confronto tra acqua di rete e acqua in bottiglia.

Domande frequenti

I filtri domestici rendono potabile l'acqua non potabile?
No. I trattamenti al punto d'uso modificano l'acqua ma non la rendono conforme se non lo è. La potabilità è garantita dal gestore fino al punto di consegna; un filtro non sostituisce questa garanzia e, se mal gestito, può peggiorare l'acqua.
Un depuratore deve rispettare il D.Lgs. 18/2023?
I materiali e i reagenti a contatto con l'acqua devono essere idonei e conformi secondo l'articolo 10, l'articolo 11 e l'Allegato IX (sistema ReMaF). Conviene chiedere sempre la documentazione di conformità dei componenti.
L'osmosi inversa elimina i PFAS?
In buona misura sì: l'osmosi inversa, come i carboni attivi specifici e le resine a scambio ionico, riduce i PFAS. L'efficacia va però verificata con analisi prima e dopo, perché dipende dal dispositivo e dalla manutenzione.
Ogni quanto vanno cambiate le cartucce?
Dipende dal tipo di filtro e dai litri trattati, ma la sostituzione va rispettata rigorosamente. Un filtro saturo smette di trattenere le sostanze e può rilasciarle, oltre a favorire la proliferazione batterica. Seguire le indicazioni del produttore è essenziale.

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