D.Lgs. 18/2023 · Articolo 7
Articolo 7 — Valutazione e gestione del rischio delle aree di alimentazione dei punti di prelievo
L'**articolo 7 del D.Lgs. 18/2023** disciplina il primo livello dell'approccio basato sul rischio: la **valutazione e gestione del rischio delle aree di alimentazione dei punti di prelievo**. Si guarda a monte, ai bacini e alle falde da cui si capta l'acqua, per individuare le pressioni e le fonti di contaminazione — agricole, industriali, urbane — e agire prima che raggiungano l'acqua potabile.
Ultimo aggiornamento: 9 luglio 2026
Guardare a monte, dove nasce l'acqua
L'approccio basato sul rischio parte da lontano, letteralmente. L'articolo 7 si occupa del primo anello della catena: le aree di alimentazione dei punti di prelievo, cioè i territori — bacini superficiali, falde acquifere, sorgenti — da cui si capta l'acqua che poi diventerà potabile. L'idea è semplice quanto potente: la qualità dell'acqua al rubinetto dipende anche, e talvolta soprattutto, da ciò che accade nel territorio dove quell'acqua si forma e si raccoglie.
Se il bacino di alimentazione è esposto a pressioni — agricoltura intensiva, scarichi industriali, aree urbanizzate, siti contaminati — quei fattori possono tradursi in contaminanti nell'acqua grezza. Intervenire a valle, con il trattamento, è possibile ma costoso e non sempre risolutivo. Proteggere la fonte, invece, agisce sulla causa. È la stessa filosofia che porta a istituire aree di salvaguardia intorno ai pozzi e alle sorgenti.
Cosa prevede la valutazione del rischio delle aree
La valutazione richiede di caratterizzare le aree di alimentazione, individuare i pericoli e gli eventi pericolosi che vi insistono e stimare il rischio che ne deriva per l'acqua captata. In concreto significa mappare il territorio, censire le pressioni antropiche e naturali, e monitorare i parametri più rappresentativi del rischio locale. Le indicazioni metodologiche di dettaglio sono raccolte nell'Allegato VII.
- Caratterizzazione del bacino: geologia, idrologia, estensione dell'area che alimenta il punto di prelievo.
- Censimento delle pressioni: attività agricole, industriali, zootecniche, scarichi, infrastrutture, siti potenzialmente inquinati.
- Individuazione dei pericoli: sostanze e microrganismi che quelle pressioni possono introdurre nell'acqua grezza.
- Monitoraggio mirato: controllo dei parametri più significativi per il contesto, per verificare l'evoluzione del rischio.
Un lavoro che richiede più attori
La valutazione delle aree di prelievo non è mai solo affare del gestore idrico. Coinvolge le autorità ambientali e sanitarie, le Regioni e gli enti che dispongono dei dati sul territorio. È un lavoro di sistema, perché nessun singolo soggetto possiede da solo tutte le informazioni necessarie.
Il caso dei nitrati, degli antiparassitari e dei PFAS
Gli esempi più chiari di rischio che nasce nell'area di alimentazione arrivano dalla chimica agricola e industriale. I nitrati sono il segnale tipico delle pressioni agricole e zootecniche: dove si concima molto, la falda tende a caricarsi. Gli antiparassitari raccontano la stessa storia dal lato dei fitofarmaci. In entrambi i casi, il monitoraggio dell'area di prelievo permette di cogliere il trend prima che il valore al rubinetto vada fuori norma.
Il caso simbolo, in Italia, resta però quello dei PFAS in Veneto, dove una contaminazione di origine industriale nelle falde ha interessato per anni l'acqua destinata a un vasto territorio. È l'esempio da manuale del perché serve l'articolo 7: se il rischio nel bacino fosse stato mappato e gestito per tempo, l'impatto sull'acqua potabile sarebbe stato affrontato molto prima e in modo diverso.
La contaminazione della falda è lenta ma persistente
A differenza di un'anomalia puntuale sulla rete, una contaminazione della falda può durare anni e non si risolve chiudendo un rubinetto. È proprio questa persistenza a rendere indispensabile la valutazione del rischio a monte.
Dalla valutazione alla gestione
Valutare il rischio non basta: l'articolo parla di valutazione e gestione. Una volta individuate le pressioni, occorre agire per ridurle o controllarle, con misure che possono spaziare dalle aree di salvaguardia alle intese con i soggetti che insistono sul territorio, fino all'adeguamento dei trattamenti a valle quando la fonte non può essere pienamente protetta. La gestione del rischio delle aree si intreccia così con la valutazione del sistema di fornitura, che sta al livello successivo.
Il risultato dovrebbe essere un circolo virtuoso: più si conosce la fonte, meglio si dimensiona il trattamento; meglio si protegge il bacino, meno si è costretti a inseguire i contaminanti con la chimica. È un modo di gestire l'acqua che guarda al lungo periodo, coerente con l'idea di prevenzione che percorre tutto il decreto.
Perché riguarda anche i piccoli sistemi
Verrebbe da pensare che tutto questo valga solo per i grandi acquedotti. In parte è vero che l'impegno è proporzionato alle dimensioni, ma il principio riguarda anche i piccoli. Un agriturismo o una struttura ricettiva serviti da un pozzo hanno una loro area di alimentazione, magari esposta a un allevamento vicino o a un campo trattato con fitofarmaci. Ragionare su cosa c'è intorno al punto di prelievo è utile a chiunque attinga da fonti proprie, come ricorda la guida sull'analisi dell'acqua di pozzo.
Domande frequenti
Cosa sono le aree di alimentazione dei punti di prelievo?
Quali contaminanti si affrontano meglio a livello di area di prelievo?
Chi svolge la valutazione del rischio delle aree?
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