DLgs18/2023

Parametro dell'acqua potabile

Solfato nell'acqua potabile

Indicatore

Il **solfato** è un parametro indicatore fissato a **250 mg/L** dal **D.Lgs. 18/2023**. È un sale naturale, non tossico, ma a concentrazioni elevate conferisce all'acqua un **sapore amaro** e può avere un **effetto lassativo**, oltre a favorire la corrosione. Il superamento segnala un problema di qualità e gradevolezza più che un rischio sanitario immediato.

Ultimo aggiornamento: 9 luglio 2026

Che cos'è il solfato

Il solfato è uno ione naturalmente presente in gran parte delle acque, che deriva dal dilavamento di rocce e minerali come il gesso (solfato di calcio) e altri sali solfatici. In molte aree d'Italia le acque attraversano formazioni geologiche ricche di questi minerali e si arricchiscono di solfato in modo del tutto naturale. Come per il cloruro, quindi, non parliamo di un contaminante estraneo ma di un costituente ordinario, che diventa rilevante solo quando la concentrazione sale.

Accanto all'origine geologica esiste anche una possibile componente antropica: scarichi industriali, dilavamento di terreni agricoli, ossidazione di composti dello zolfo. Ma nella maggior parte dei casi un solfato elevato racconta soprattutto la natura del sottosuolo attraversato dall'acqua.

Il valore di 250 mg/L nel D.Lgs. 18/2023

Il D.Lgs. 18/2023 inserisce il solfato nella Parte C dell'[Allegato I](/allegati/allegato-1-parametri), tra i parametri indicatori, con un valore di 250 mg/L — lo stesso valore, non a caso, del cloruro.

Un indicatore, non un limite sanitario

Come tutti i parametri di Parte C, il solfato non definisce una soglia di tossicità. Un superamento non implica un pericolo immediato per la salute, ma segnala un problema di accettabilità dell'acqua o della sua interazione con gli impianti, da valutare caso per caso con l'autorità sanitaria.

Sapore amaro, effetto lassativo e corrosione

Gli effetti pratici di un solfato elevato sono principalmente tre. Il primo è il sapore: oltre certe concentrazioni l'acqua assume un gusto amaro, poco gradevole. Il secondo, più noto, è l'effetto lassativo: acque molto ricche di solfato (soprattutto di magnesio o di sodio) possono avere un blando effetto purgante, in particolare su chi non vi è abituato — il classico disturbo di chi beve un'acqua diversa dalla propria in vacanza. Il terzo è la tendenza a favorire fenomeni di corrosione e la formazione di incrostazioni in alcuni impianti.

Nessuno di questi effetti configura un rischio sanitario grave per la popolazione generale in buona salute. Sono però motivi più che sufficienti per considerare non conforme un'acqua che sfori la soglia: la potabilità, nel decreto, comprende anche la gradevolezza e l'accettabilità da parte di chi la beve ogni giorno.

Cosa fare in caso di valori elevati

Un solfato sopra la soglia va inquadrato nel contesto complessivo dell'acqua. Conviene leggerlo insieme ad altri indicatori del contenuto salino — conducibilità, cloruro, residuo fisso — per capire se si tratta di un'acqua semplicemente molto mineralizzata per natura o se c'è un'anomalia da indagare. Per un pozzo privato questo quadro d'insieme è particolarmente utile.

Sul fronte del trattamento, la rimozione del solfato richiede tecnologie a membrana (osmosi inversa) o resine a scambio anionico: gli addolcitori classici, ancora una volta, non risolvono il problema. Ma la prima mossa sensata resta sempre la stessa: un'analisi che misuri il valore reale e permetta di decidere con cognizione di causa, invece di rincorrere soluzioni sproporzionate.

Domande frequenti

Qual è il limite di solfato nell'acqua potabile?
Il D.Lgs. 18/2023 indica un valore di 250 mg/L. È un parametro indicatore (Parte C), legato al sapore e agli effetti pratici dell'acqua, non alla tossicità.
L'acqua con molti solfati fa male?
Non è tossica, ma a concentrazioni elevate può avere un sapore amaro e un effetto lassativo, soprattutto su chi non vi è abituato. È un problema di accettabilità più che di salute, ma rende comunque l'acqua non conforme.
Come si riducono i solfati nell'acqua?
Servono trattamenti come l'osmosi inversa o le resine a scambio anionico; gli addolcitori non li rimuovono. Prima di intervenire è utile un'analisi che ne chiarisca valore e origine.

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